“Sono CEO, process improvement engineer, events manager, graduate accountant e managing partner!” “Cavoli! Ma che lavoro fai?” “Ma niente, er fruttarolo!”

Linkedin

Che bel posto Linkedin. Un mare di professionisti che interagiscono (più o meno) tra loro, aziende che assumono e diciamolo: tanta bella gente felice. Questo è quello che vedo giornalmente.

Foto con sorrisi a 32 denti, tutti occupati con lavori dai nomi super “fighi” e tanta voglia di spaccare il mondo.

Competenze, interessi, esperienze: sempre una sfilza di nomi!

Tutto paradisiaco, dirai tu, “no”, ti rispondo io! Linkedin è un bel Social Network per professionisti ma mostra una bella facciata che nasconde diverse bugie e inganni. Paradiso quindi? No, direi più purgatorio.

Bugia Linkedin numero 1: le competenze

Una delle più grandi bugie su Linkedin sono le competenze: un punto fondamentale per valutare la professionalità di una persona.

Cosa c’è che non va quindi?

Primo: Linkedin spinge gli utenti a confermare le competenze, quasi fosse un gioco (la grafica e la modalità con cui viene presentata questa azione assomiglia molto a un giochino digitale).

Avere tante conferme delle proprie competenze “aumenta le visualizzazioni del tuo profilo”. Vero, ma la domanda che sorge spontanea è: queste visualizzazioni a chi servono? A me utente/professionista o a Linkedin per creare traffico? La verità probabilmente è nel mezzo.

La sensazione che personalmente ho è quella di un enorme bluff, dove per scovare un profilo che non abbia competenze “pompate”, solo per aumentare le visualizzazioni, si debbano visionare scrupolosamente decine di account.

Secondo: i favori di scambio. Tu confermi a me, io confermo a te. Semplice, pratico e… privo di buon senso! Qui Linkedin non ha grandi colpe, è che siamo troppo “furbi”, è questione di DNA (ironia).

Bugia Linkedin numero 2: il linguaggio

linguaggio linkedin

Il mio “h2” è abbastanza chiaro: “Sono CEO, process improvement engineer, events manager, graduate accountant e managing partner!” “Cavoli! Ma che lavoro fai?” “Ma niente, er fruttarolo!”.

Ok, è ovviamente un ingigantire quella che è la situazione attuale, ma posso assicurarti che non è poi così lontana dalla realtà.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un episodio che ha del grottesco e che ben rispecchia le mie perplessità sul linguaggio usato su questo social network.

Ho avuto un contatto con un simpatico signore, CEO di “Pincopalla”. Durante tutta la conversazione continuavo a ripetermi “qualcosa non quadra”.

Incuriosito dal linguaggio poco “CEO” del signore domando cosa intendesse lui per CEO, cosa facesse nella vita… insomma, “come ti guadagni il pane quotidiano?”.

La risposta è stata:

“Ho la partita iva, faccio l’idraulico”.

“Capperi!”

Ho quindi domandato, cortesemente, il perché sul suo profilo ci fosse scritto CEO presso “Pincopalla”, e lui, con estrema naturalezza e sincerità, mi ha risposto che CEO stava per fondatore, quindi lui, ditta individuale ed operaio di se stesso, era un CEO.

In realtà, per chi non lo sapesse, la definizione di CEO è la seguente:

L’amministratore delegato (in sigla AD; in inglese americano: Chief Executive Officer, CEO; in inglese britannico Managing Director, MD), in una organizzazione aziendale è un componente del consiglio di amministrazione di una società per azioni o altra azienda organizzata in modo analogo, al quale il consiglio stesso ha delegato propri poteri. Fonte Wikipedia 

Ecco, mi domando:

  1. Ok che “CEO” o “Chief Executive Officer” fa più figo, ma perché non usare “Amministratore Delegato” o “AD”?
  2. Perché c’è questa corsa al “io ho un lavoro super figo”?
  3. Perché mentire a se stessi?
  4. Ho troppi perché da elencare, mi fermo qui!

Bugia Linkedin numero 3: la favola delle collaborazioni

Linkedin Avvoltoi

Sia chiaro: non odio Linkedin e lo trovo anche un bel posto per stringere collaborazioni importanti (sia a livello umano che professionale/lavorativo), senza contare che i contenuti che si pubblicano su questa piattaforma hanno molta più visibilità rispetto a quanto permetta Facebook e co., ma anche qui il DNA gioca brutti scherzi.

Più che collaborazioni Linkedin si sta trasformando, a mio avviso, in un vera e propria gara a “chi ce l’ha più duro” (passatemi il termine, care ragazze).

I lavori ci sono, per carità, ma creano una competitività generale fuori dal comune.

Il problema che scatena le bugie e gli inganni sul social per professionisti è proprio questo: la corsa al lavoro, all’apparire, al successo!

Linkedin potrebbe essere un posto davvero produttivo, dove scambiare pareri, confrontare idee e perché no, stringere collaborazioni umane e professionali, ma, finché nel DNA scorrerà solo ed esclusivamente il desiderio del successo, tutto si ridurrà ad una patetica, inutile e infantile corsa al “io ce l’ho più duro”.

Fatti un favore, facciamoci un favore, tutti:

va bene essere competitivi ma buttiamo via questa mentalità sciocca e concentriamoci su come migliorare i nostri lavori, su come stringere collaborazioni produttive e abbandonare l’invidia, l’avidità di potere e la competitività ingiustificata.

Va bene essere affamato, ma se hai appena mangiato e sei sazio, che senso ha ingurgitare cibo solo per non farlo arrivare a chi è ancora a digiuno? Tu finisci per subirti una lavanda gastrica ed il tuo vicino muore di fame.

Ci vediamo su Linkedin!

Roberto Gianpiero Protano.